Ritorno al Lacerno

Il Cuccetto del Demonio

Sono tornato al Vallone Lacerno per la terza volta. La prima eravamo in due; la seconda in tre; la terza in quattro, sempre insieme al gruppo. Ricordavo che era un luogo emozionante, quasi uscito da un libro fantasy; tuttavia, non ricordavo quanto sia bello, quanto sia prepotente nella sua bellezza, quanto possa essere selvaggio per la vista e per i sensi.

Si scende verso il basso, attraverso un sentiero che inizialmente quasi non si vede; si calcano pietraie di risulta e si passa su speroni che non ricordavi dalle ultime volte; il sentiero è ingannevole, a volte pare che salga, ma in realtà continua a scendere, finché, eccolo, il suono dell’acqua, il suono del torrente! E allora, inizia tutta un’altra storia.

Si cambiano le calzature, si immergono i piedi in un’acqua che diventa tanto più gelida quanto più si procede. Ci sono vari guadi, ma non c’è niente di pericoloso. Il cammino riprende lievemente quota, ma non ci pensi, più che altro sei rapito dal contorno, da quello che vedi e che ti si stringe intorno: le pareti si avvicinano tra di loro, per poi riallontanarsi, per poi riavvicinarsi, un gioco che fanno più e più volte. Osservi la vegetazione mutevole e ti rendi conto di come quaggiù il clima risponda a le leggi particolari, dettate dal sole e dall’acqua che si comprimono nella forra.

Prima dello stringersi delle pareti
Cielo e roccia si confondono
Di demoniaco c’è ben poco, praticamente niente!
All’ingresso della gola

La destinazione si chiama “Cuccetto del Demonio”. Beh, non vorrei trovarmi laggiù durante il disgelo o dopo una pioggia di qualche ora, credo che davvero la gola possa assumere dei connotati demoniaci. Tuttavia, di diabolico non ho visto niente lassù mentre c’ero, mentre c’eravamo. Non può evocare cattivi pensieri una cascata nascosta nel profondo dell’Appennino, un compendio di meraviglia e di scoperta. Da là non pare si possa procedere oltre; forse un monito da parte della Natura: “vi ho svelato la mia bellezza, ora, soddisfatti e ristorati, tornate in superficie.” E all’uscita dalla forra più profonda mi è proprio venuto da pensare a quel dantesco “riveder le stelle”, che qui però assume tutt’altro significato, evoca tutt’altre sensazioni.

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