La Vetta Orientale del Corno Grande

Vetta Orientale… sembra che si stia parlando del monte di un paese lontano, lungo la Via della Seta, uscito da un romanzo storico o fantasy. Te la vedi davanti dopo il tunnel autostradale stagliarsi con tutta la sua immensa mole: ti chiedi se sei davvero sicuro di voler salire lassù, e se ne sarai in grado. In effetti, descrivere la salita alla Vetta Orientale del Gran Sasso lungo la via ferrata Ricci è impresa improba, e non tanto per ricapitolarne le caratteristiche tecniche dal punto di vista escursionistico ed alpinistico (e che comunque sono ben esposte qui e qui), quanto per raccontarne l’aspetto emozionale e tensionale, la sofferenza e la gioia che può causarti, la bellezza, dolce e spietata ad un tempo, che ti circonda.

No, non siamo in Tibet o in un’arcana, remota regione; siamo esattamente al centro d’Italia, in procinto di salire sul punto più alto della sua ossatura, il Corno Grande. Solo per 7 metri la Vetta Orientale non arriva ai 2912 metri di quella Occidentale, ma questo è un misero dettaglio di fronte a tanta maestosità. Arrivi a Prati di Tivo e vedi il monolite stagliarsi di fronte a te come una forza eterea e massiccia allo stesso tempo. C’è euforia, gioia, piacere tra i primi utenti della funivia in quel giorno. Vieni sparato in 10 minuti a quota 2000, e non pensi minimamente al fatto che questo gap di 500 metri in così poco tempo potrai pagarlo più tardi; no, sei troppo concentrato, con il resto del gruppo, con il resto dei partecipanti al corso di escursionismo avanzato dell’Associazione Atargatis, a procedere a falcate quanto più veloci possibile, a raggiungere il Rifugio Franchetti, per la seconda tappa di questa escursione alpinistica. Per chi scrive, il primo vero banco di prova su roccia, col casco in testa, con il cuore a mille, con il fiato che comincia ad accorciarsi, con la capacità di riprendersi e ripartire.

ItinerarioDalla Madonnina (stazione di arrivo della funivia) a Rifugio Franchetti, per la via Ricci fino alla vetta. Rientro per la Normale, la Sella dei Due Corni e il Franchetti
Distanza7 km
Tempi7 ore circa
Dislivello970 metri (da 2007 a 2903)
NoteSi tratta di un itinerario escursionistico-alpinistico classificato come EEA e F+
RistoriRifugio Franchetti e Prati di Tivo

I colori lasciano gradualmente posto alla ruggente bellezza delle pietre che popolano la pelle di questa enorme pietra; al Rifugio senti parlate e cadenze che uniscono l’Italia dalle Marche in giù, e ti senti bene, ti senti pronto, ti senti impaziente. Osservi da lontano la vena aperta della ferrata che ti aspetta, la Via Ricci, da poco rifatta, nuova di zecca. Superi un piccolo nevaio e vai, aspettando il turno lungo i primi segmenti della Via, che ti tengono piegato a terra, tanto bassa è la corda d’acciaio, tanto alta è la tua concentrazione, insieme alla voglia comunque di divertirti nella condivisione di questa esperienza con i tuoi Compagni di Via.

Il Rifugio si rimpicciolisce via via, ma tutto diventa più grande intorno a te. Qualche breve pausa, qualche sorso d’acqua, un po’ di frutta secca, sali minerali e integratori. Ricominci ad affannarti, ed è qui che i denti si serrano, è qui che cerchi appoggi e appigli per uno spigolo che ti pare insidioso sull’orlo del precipizio. Non guardi niente intorno, solo la roccia, tua Amica, tua Aguzzina. Sali sali sali, sempre con il resto del mondo in basso a sinistra, lungo una vena fatta di breccia e di sforzi.

Si parte: la Ferrata Ricci ci aspetta!
Il Rifugio Franchetti in basso
Sempre più su!

Poi c’è la decisione da prendere: se si vuole scendere, ora è il momento. Un veloce consulto con te stesso, ti dici che sei stanco, ma che ce la puoi fare, e che sono stati i tuoi desideri a portarti fin quassù: sei a quota 2800 e soltanto 100 metri ti separano dalla vetta. La nebbia circonda e avvolge tutto, a sprazzi, ma a te non interessa, vuoi proseguire. Non ricordi niente di quei momenti, soltanto che la tua volontà era come qualcosa di esterno che, pure, ti portava avanti, suppliva a forze insufficienti che, ad ogni passo, diminuivano. Eccola là, la vetta. Eccola, la vetta!

Uno sprazzo di chiaro dissolve la nebbia, e lo spettacolo è commovente: di fronte a te la Vetta Occidentale, il tetto dell’Appennino e della Penisola; sotto di te il coraggioso Calderone, residuo di un’epoca remota che sta ancora là, e che pare anche versare, stavolta, in discrete condizioni di salute. Sei svuotato di forze, ma ti senti bene, ti senti felice.

In Vetta!
La discesa per la Normale: sullo sfondo la Vetta Occidentale e il Calderone
Alla Sella dei Due Corni

E ora, la discesa: la concentrazione non deve venir meno. Ti appare più ripida di quello che ti era sembrata la salita, ma sai che è solo la tua impressione. Con calma, con pazienza, scendi pian piano e prosegui con gli altri per la Normale; poi ti accorgi anche che la Normale tanto normale non è, e che c’è anche un camino con passaggi di II grado da arrampicare al contrario. Niente di trascendentale, ma il margine di errore deve essere comunque annullato, perché cadere significherebbe fare la stessa trafila dei vari sassi che ti rotolano da sotto ai piedi e che viaggiano per vari e vari metri.

Quando la ripidità cala vertiginosamente ti accorgi che il più è fatto: una pausa, uno sguardo al piccolo ghiacciaio, rispetto al quale tu sei comunque molto meno di una formica, poi riprendi e raggiungi il Passo del Cannone e scendi per la Sella dei Due Corni: ti senti ancora più piccolo e insignificante, sei più piccolo del Rifugio che ricompare in basso, e guardi a bocca aperta la mole del Corno Piccolo (ma non potevano trovargli un altro nome?), popolato anche di alcune formichine che lo stanno scalando.

Continui a scendere, ormai spedito, ma sempre con rispetto, ben sapendo che la stanchezza, fisica e mentale, potrebbe riservare tranelli proprio là dove meno te l’aspetti. Ma ormai il più è fatto, e puoi abbandonarti alla felicità, alla soddisfazione di aver raggiunto il tuo limite: l’esperienza saprà farti capire come procedere e correggere gli errori fatti per, eventualmente, superare anche questo confine. Ma per questo c’è tempo; ora c’è solo la gioia.

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