Alla scoperta dei nostri Monti

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Lezione sul carsismo – Foto di Anna Molisso

“Alla scoperta dei nostri Monti” ci ha accompagnati attraverso il sentiero più popolare degli Aurunci, quello “della Statua”, per andare ad esplorare una zona un po’ meno conosciuta, eppure a portata di mano: la terrazza del Vallaroce.

Escursione curata dall’Associazione Atargatis nell’ambito delle attività del Premio Dragut 2013, l’iniziativa ha permesso di rendere accessibile e piacevole questo angolo degli Aurunci a tutti i partecipanti, indipendentemente dal loro allenamento e dalla loro abitudine alla montagna. La presenza di due “narratori” ha poi introdotto agli aspetti geologico-naturalistici e a quelli storico-antropici della catena montuosa laziale.

Valeria ci ha riportati all’epoca remotissima in cui gli Aurunci erano una sorta di arcipelago tropicale con bassi fondali, calde acque marine, barriera corallina in formazione; da qui i terremoti e gli altri stravolgimenti hanno fatto il resto, sollevando e martoriando questo pezzetto di crosta terrestre e trasformandolo a poco a poco nella catena montuosa odierna, insieme alla paziente e sapiente opera dell’acqua e del vento. Il carsismo la fa infatti da padrone nella zona del Vallaroce, alle spalle del ben più famoso picco del Redentore, dove si trova la grotta verticale più profonda di tutto il massiccio: l’abisso omonimo, con uno sviluppo ipogeo di circa 500 metri.

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Al cospetto del Redentore – Foto di Anna Molisso

Sempre Valeria ci ha illustrato la capacità di questi monti di ospitare varie fasce vegetazionali nel giro di pochissimo spazio, date le altitudini elevate a poca distanza dal mare, così da passare da una rada macchia mediterranea, abituata a incendi e venti di salsedine, fino a fitti boschi di faggio, caratterizzati invece da basse temperature, nebbie e innevamento invernale.

Marco ha parlato delle origini dell’eremo rupestre di San Michele, confuse tra storia e mito, e dell’importanza che il culto dell’Arcangelo ha nella nostra zona; la costruzione del monumento al Redentore in occasione del Giubileo del 1900, quasi contemporanea alla ristrutturazione dell’antico cenobio, ha dato una forte impronta alla fisionomia delle montagne aurunche, con l’allargamento delle vecchie mulattiere che salivano in quota e con il rafforzamento di una tradizione religiosa già forte di suo. La visita ai vecchi pilastrini della teleferica ha poi fatto capire come questi monti fossero davvero vissuti in epoche passate, e capaci di regalare alla costa una serie di prodotti molto utili per la vita di tutti i giorni, come, per esempio, il ghiaccio o il carbone.

Alcuni di noi, salendo, hanno ammirato il volteggiare sul Redentore di due poiane; scendendo, abbiamo invece intravisto il volo di un bellissimo esemplare di corvo reale tra gli anfratti del contrafforte della Roccia Laolatra. La bella giornata ha regalato vedute stupende, dal Vesuvio alle Isole Pontine, ma soprattutto ha permesso di trascorrere delle ore in piacevole compagnia, osservando da una visuale insolita le “terre basse” in cui noi svolgiamo le nostre vite.